NBA E SALARY CAP: IL FULCRO DELLA LEGA PIÙ AVANZATA AL MONDO

La National Basketball Association è il campionato di pallacanestro più importante al mondo che riunisce i giocatori più forti del pianeta. A presiedere il tutto vi è un’articolata infrastruttura, presieduta da un Commissioner, che garantisce la coesistenza di tutti quei campioni.

Il regolamento circa le modalità retributive di alcuni degli atleti più pagati al mondo non è nato contestualmente alla lega. Esso è stato istituito solo nel 1984. Inizialmente, infatti, le squadre potevano corrispondere ai propri giocatori stipendi a proprio piacimento. Si creava così una situazione in cui le squadre vincenti, acquisendo notorietà, potevano permettersi stipendi più alti della media: si giustifica, così, in parte, il successo dei Boston Celtics di Bill Russell, il primo vero Superteam.

Per porre rimedio a questa sperequazione tra squadre la Lega ha cercato di introdurre dei meccanismi correttivi. Sin dal principio il recruiting di nuovi giovani giocatori provenienti dalle squadre universitarie è stato improntato in modo da favorire le franchigie meno performanti delle annate precedenti. Il sistema Draft, dunque, prevede che le squadre con il posizionamento in classifica peggiore della passata stagione, abbiano maggiori possibilità di selezionare i migliori giovani prospetti, assets che potrebbero costituire la base per i loro successi futuri. Il ragionamento sottostante l’istituzione del Salary Cap è il medesimo: costruire un sistema tale per cui ci sia un certo equilibrio tra le diverse franchigie e un’equa distribuzione delle cosiddette “superstars”. La visione dell’allora Commissioner David Stern era quella di assicurare la ciclicità delle vittorie, ovvero quello di equiparare le possibilità di vittoria presenti e future di una squadra grazie ad alcuni correttivi.

Il concetto di Salary Cap di per sé è qualcosa di rivoluzionario. L’idea di porre un tetto massimo alle retribuzioni dei propri “dipendenti” è antitetica al pensiero capitalistico. Tuttavia, il sistema è sembrato funzionare inizialmente, favorendo la costituzione di una gerarchia interna alle squadre in cui gli stipendi venivano proporzionalmente distribuiti a partire dal giocatore più forte fino a coloro che ricoprivano un ruolo più marginale.

Tuttavia, questo fragile marchingegno prestava il fianco a numerose interpretazioni e una flessibilità che permetteva di aggirare agilmente le regole. Le franchigie, infatti, non videro di buon occhio il rischio di perdere i propri uomini simbolo per ragioni economiche esterne al loro potere: tra le varie eccezioni al meccanismo del Salary Cap, la più nota è la Bird Rule, una clausola che permise ai Boston Celtics di rifirmare la loro star per un valore due volte superiore a quello di qualsiasi altro giocatore della Lega. Ovviamente, questa nuova situazione generò molti malumori tra le altre star, che pretendevano un trattamento uguale a quello di Larry Bird.
Queste tensioni tra giocatori e la Lega sfociarono nel Lockout del 1998, quando cioè i vari membri delle squadre si rifiutarono di scendere in campo fino a che le condizioni contrattuali non fossero cambiate. Solo allora l’NBA comprese il suo errore e siglò un accordo che garantiva una certa tutela dei proprietari delle franchigie e fissava un tetto massimo agli stipendi dei giocatori.
Con alcune modifiche e non pochi attriti tra le parti, si è giunti a quello che è l’attuale sistema in cui c’è una soglia limite per tutte le retribuzioni, con la possibilità di sforare dietro il pagamento di una penale alla lega.

Attualmente il Salary Cap è fissato a 99 milioni di dollari per ogni squadra, mentre il regime di Luxury Tax è fissato a 120 milioni di dollari.
Non mancano però i lati oscuri di questo metodo: l’idea di creare un campionato equilibrato e di bilanciare la forza delle varie squadre offrendo a tutte le stesse possibilità economiche fa emergere altri aspetti che diventano determinanti nel momento in cui un giocatore deve decidere dove andare a giocare. Fattori come l’appetibilità della città, la presenza di alcuni giocatori nel team o di un allenatore particolarmente capace, divengono cruciali nella scelta. Le squadre più forti avranno, quindi, maggior capacità attrattiva verso le “Superstars”, così come le grandi metropoli avranno sempre un certo appealing rispetto a città più sperdute

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