Sam Hinkie e il Process: la strategia che ha rivoluzionato la NBA

(Foto: Associated Press)

In tutti gli sport di squadra, le varie società sono delle vere e proprie aziende in cui è fondamentale seguire una strategia di gestione.
La peculiarità che distingue il management sportivo sta nel fatto che il general manager di una squadra, oltre ad avere le competenze necessarie per guidare un’azienda, deve essere capace di applicare queste skills al suo bagaglio di conoscenze in ambito sportivo e in particolare riguardo alla lega a cui partecipa il suo club.

Queste abilità generalmente emergono davanti agli occhi del pubblico in un particolare scenario, ossia quando il GM deve sfruttare le risorse a disposizione per costruire una squadra che sia in grado di raggiungere gli obiettivi prefissati. Per fare ciò ovviamente non basta conoscere i giocatori, ma sono necessarie grandi abilità di decision-making, analisi, conoscenza delle regole, una solida reputazione nel mondo in cui si lavora e, elemento molto importante, la fiducia nella strategia che si sta seguendo. Quest’ultima caratteristica avrà molto risalto nel caso specifico che andremo ad approfondire ed è traducibile in un motto che è stato reso celebre proprio dal protagonista di questo caso.

La NBA, come le altre principali leghe sportive americane, presenta una particolarità rispetto ai campionati del resto del mondo, dove la principale risorsa materiale necessaria per fare compravendita di giocatori è sostanzialmente il budget a disposizione del club. In America invece sono diverse le modalità per costruire una squadra: si possono ingaggiare giocatori in scadenza di contratto rispettando il salary cap, si possono organizzare scambi di giocatori e infine c’è il Draft, dove le squadre selezionano giocatori in uscita dalle università o dall’estero in una modalità simile a quella che usiamo generalmente anche noi con gli amici al campetto: chi sceglie per primo si aggiudica i giocatori migliori e via via fino alle ultime scelte.

Vista la varietà di strade percorribili, sono altrettanto diversi i tipi di assets che un GM americano può gestire: non solo le risorse finanziarie, ma anche giocatori che possano essere appetibili sul mercato degli scambi, così come i diritti su scelte future del Draft.

L’ordine del Draft NBA è sorteggiato tramite una lotteria che tiene comunque conto del rendimento delle squadre nella stagione precedente, infatti le squadre peggiori hanno probabilità più alte di pescare una delle prime scelte in modo da garantire un minimo di equilibrio nella lega.

Stava per iniziare la stagione 2013-14 quando Sam Hinkie venne assunto come general manager dei Philadelphia 76ers, squadra che a quel tempo si trovava praticamente in una terra di nessuno, non essendo né all’altezza di poter competere per il titolo, né si trovava a un livello così basso da poter pescare una scelta alta al Draft.

Giunto al timone, Hinkie aveva pochi assets a disposizione per muoversi via trade, mentre il livello mediocre della squadra rendeva Philadelphia una destinazione non appetibile a eventuali superstar in scadenza di contratto. Ecco quindi la strategia orientata sul lungo periodo: ricostruire praticamente da zero, raggiungere il fondo della classifica e quindi ottenere scelte alte nel Draft, in modo da avere buone possibilità di scovare le loro stelle del futuro. Hinkie mise subito in atto il suo piano. I giocatori che avevano un minimo di valore di mercato vennero ceduti in cambio di diritti su scelte future del Draft e rimase con una squadra di livello molto basso.

Nel breve termine, le conseguenze della controversa strategia di Hinkie non furono facili da digerire per tutto l’ambiente dei 76ers. La squadra, come da pronostico e come secondo i piani, fu un disastro per tre stagioni consecutive, andando sempre sotto le 20 vittorie su 82 partite stagionali. Il cosidetto tanking, ossia il fatto di cercare di perdere per raggiungere il fondo della classifica, ebbe impatti negativi dal punto di vista economico, con le vendite dei biglietti che subirono un netto calo, mentre i media si scagliarono contro Sam Hinkie definendolo un incompetente.

Tuttavia, Hinkie rimaneva focalizzato sulla sua visione a lungo termine, mentre nonostante la delusione dei tifosi inizia a diffondersi il motto “Trust the Process” lanciato dai fiduciosi che intravedono la luce in fondo al tunnel.

I 76ers dal tunnel ci escono veramente: il calvario del triennio 2014-16 portò scelte alte al Draft che si trasformarono in stelle, mentre le scelte acquisite tramite scambi all’inizio del mandato di Hinkie si rivelarono giocatori con le caratteristiche adatte a completare il puzzle. Il risultato finale? I 76ers ora sono tra le principali contenders per il titolo finale. Sam Hinkie non ha avuto la possibilità di vedere dalla sua scrivania la realizzazione del suo piano, poiché la troppa pressione lo costrinse a dimettersi nel 2016, ma i tifosi continuano ad osannarlo dandogli il merito del livello attuale della squadra.

La strategia di Hinkie ha spiazzato la NBA, creando alla lega un problema non da poco. O meglio, più che la strategia in sé, il problema è rappresentato dall’esito positivo che il Process dei 76ers ha avuto nel lungo periodo. Infatti, in questi ultimi anni diverse squadre che non hanno aspirazioni da titolo hanno preferito spingersi verso il fondo della classifica piuttosto che essere di medio livello, prendendo ispirazione dai 76ers dell’era Hinkie. Ciò ha reso il tanking uno dei principali problemi che la NBA ha intenzione di risolvere al più presto, visto che non è ammissibile che ci siano squadre disposte a perdere e arrivare ultime in classifica, perché non solo andrebbe in contrasto con i valori dello sport, ma avrebbe sicuramente un impatto negativo dal punto di vista economico, come era già stato dimostrato dal calo di affluenza al palazzetto di Philadelphia durante gli anni bui del Process.

Il modo per risolvere il problema del tanking era uno solo, ossia rendere meno conveniente la “lotta” per l’ultimo posto. Prima della stagione 2017-18, il commissioner NBA Adam Silver e il Board of Governors della lega sono corsi ai ripari approvando una riforma sulla lotteria del Draft: le squadre peggiori sono ancora le favorite a ottenere le prime scelte, ma le probabilità sono ben più diluite, rendendo più rischiosa la strategia del tanking.

I risultati della riforma si sono visti già dalla lotteria che si è tenuta prima della stagione 2019-20, la prima da quando è entrata in vigore la nuova regola. La prima e la seconda scelta sono state ottenute da New Orleans e Memphis, rispettivamente la settima e l’ottava peggior squadra della scorsa stagione, mentre il nuovo trio del tanking (New York, Cleveland e Phoenix) hanno dovuto accontentarsi della terza, la quinta e la sesta scelta. Non esattamente la miglior “ricompensa” dopo una stagione in cui queste tre squadre hanno perso quasi l’80% delle partite.

Riuscirà la NBA ad annullare completamente il tanking? Una risposta definitiva è difficile da dare immediatamente, poiché da una parte ci sono squadre che tenderanno a ricostruire dal Draft vista la scarsa appetibilità dei loro mercati per attirare le stelle già affermate (i cosidetti small markets, vedi per esempio Charlotte, Phoenix, Cleveland), ma allo stesso tempo i risultati dell’ultima lotteria potrebbero fare sì che le squadre ci pensino due volte prima di puntare sul tanking. Quel che è certo è il fatto che Sam Hinkie ha lasciato la sua impronta nella NBA e rimarrà nella storia della lega grazie alla sua controversa strategia.

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