Un passo oltre il Covid-19: la fotografia del Calcio italiano

Scritto da Filippo Laurora, Stefano Maggioni, Gianandrea Novellone e Giacomo Panero

Tempo di lettura: 9 minuti

Come ogni primavera, nel momento in cui le squadre italiane escono dalla Champions League, iniziano dei grandi processi sulla salute del nostro calcio. In questo articolo, la redazione del blog di Bocconi Students for Sports Management proverà a fornire una fotografia della situazione economica calcistica in Italia, in un momento storico unico che offre spunti di riflessione originali e che apre ad un futuro che per cause di forza maggiore dovrà necessariamente divergere dai modelli finora utilizzati.

Sono quattro gli argomenti individuati che meritano un particolare approfondimento: la diminuzione dei ricavi delle società calcistiche, gli effetti dell’assenza del pubblico sugli spalti, l’interruzione dello sport giovanile e dilettantistico ed il passaggio storico dei diritti tv della Serie A dal satellite alla trasmissione via internet.

Il trend negativo dei ricavi

Spesso rimbalza in rete e si ripropone nei commenti dei social network una domanda molto chiara e concisa: il calcio è più sport o spettacolo? Non esiste una risposta univoca a questo quesito, tuttavia entrambi questi settori hanno sofferto gravemente in termini economici la pandemia, registrando un netto calo in termini di ricavi.

Il calcio inteso come spettacolo ha nella sua massima espressione il tifo e le coreografie sugli spalti. Da marzo 2021, quando purtroppo gli stadi hanno iniziato a svuotarsi, fino alla situazione attuale sono oramai 12 mesi che le squadre non hanno la possibilità di essere supportate dalle proprie tifoserie. Se prendiamo in considerazione le prime 20 squadre a livello europeo, la mancanza dei tifosi ha gravato pesantemente sui bilanci: la riduzione dei ricavi della scorsa stagione 2019-

2020 ammonta a 250 milioni, con un 20% di fatturato in meno rispetto all’anno precedente.

Anche se ad un primo pensiero la mancanza dei tifosi allo stadio può sembrare la causa più grave della crisi economica dello “sport-spettacolo” calcio, in realtà la situazione è ben più complessa. Dell’oltre 1 miliardo e mezzo di contrazione in termini di fatturato relativo alle prime 20 società calcistiche nel mondo, 937 milioni sono da imputare ad una riduzione dei proventi da diritti televisivi. Il quadro per questa stagione calcistica che sta per concludersi pare ancora più scuro, con la previsione più ottimistica che evidenzia una perdita di 2 miliardi rispetto all’era pre-covid.

Le conseguenze della flessione negativa del fatturato si vedranno probabilmente in futuro. Seppur i club cerchino di contrastare l’effetto “stadi vuoti” con nuove sponsorizzazioni e partnership commerciali, la forbice tra costi e ricavi si sta, purtroppo, inesorabilmente ampliando. In uno sport dove lo stipendio degli atleti è aumentato esponenzialmente negli scorsi decenni, si è forse arrivati ad un tetto massimo. È probabile che l’aumento nei salari non sia più sostenibile e, almeno fino a quando la situazione non si stabilizzerà, le squadre dovranno stare molto più attente nel firmare contratti milionari.

L’assenza del pubblico negli stadi

La nostra analisi si deve necessariamente soffermare, in un periodo così difficile, su quanto effettivamente sia pesante l’assenza di pubblico per le squadre italiane, un argomento che abbiamo già trattato in una puntata del nostro Podcast. A primo impatto, penso sia lampante per chiunque che la mancata presenza di un tifoso allo stadio significhi un mancato ricavo per la società in questione, che può essere più o meno grave sulla base di numerosi fattori quali, banalmente, costo medio di un abbonamento e numero medio di tifosi presenti per partita.

In media, per una squadra italiana, un tifoso che va allo stadio – ipotizzando la sua presenza in tutte le partite casalinghe – comporta un introito di circa 284 euro all’anno. Questo fornisce un quadro complessivo molto chiaro su quello che stanno attraversando le squadre italiane nell’ultimo periodo. L’assenza del pubblico si traduce in una perdita complessiva di 90 milioni di euro per tutta la serie A. Oltretutto, il colmo si ritrova nel fatto che molte squadre, come le due società milanesi, stavano attraversando un trend positivo di presenza di tifosi allo stadio, che avrebbe comportato un significativo aumento dei ricavi.

L’epidemia da COVID-19 non si traduce in un mancato incasso solo dalla vendita dei biglietti, ma sconta anche numerose attività connesse che, più o meno significativamente, comportavano un’entrata per le squadre del Bel Paese. Ad esempio, molti tifosi potrebbero decidere di non acquistare la maglia di rappresentanza della propria squadra del cuore, sia per motivi di risparmio, sia per il fatto di non poterla indossare con orgoglio all’interno dello stadio. Questa ripercussione negativa contribuisce ad aggravare la situazione complessiva del calcio italiano, la quale si potrà risollevare solo con una forte presenza di tifosi allo stadio quando l’epidemia si sarà conclusa.

Il tentativo di ritorno verso una parvenza di normalità arriva dall’Olanda dove in campionato si sta tentando l’esperimento di apertura ad un numero ristretto di tifosi, autocertificati e tamponati al fischio finale. Che sia arrivato il momento di tentare un percorso simile anche in Italia? L’obiettivo è quello di poter accogliere al più presto un numero consistente di tifosi: una scossa arriva direttamente dal governo con la conferma della possibilità di riempire lo stadio Olimpico al 25% della sua capienza per le partite degli Europei.

Un focus sul calcio dilettantistico

Se il mondo dei professionisti non si è mai fermato durante questa pandemia, quello dei dilettanti ha invece subito una battuta d’arresto non indifferente. Con l’entrata in vigore delle zone rosse, lo scorso autunno la FIGC si è vista costretta a interrompere tutte le competizioni che non avessero rilevanza nazionale. A livello dilettantistico si sono salvate dallo stop solo la serie D maschile e la A e la B femminile, parlando del calcio a 11. Per quanto riguarda la Lega Calcio a 5, costola della Lega Nazionale Dilettanti, lo stop non ha interessato serie A, A2 e B maschile e serie A e B femminile. I restanti campionati sono stati prima sospesi poi, nella maggior parte dei casi, cancellati. Sono infatti pochi i casi di riprese, come è successo per l’eccellenza maschile ripartita in primavera inoltrata. Allo stop del calcio regionale e provinciale, si aggiunge quello di gran parte di quello giovanile e delle attività di base.

Quello che ne emerge è un quasi totale annullamento della stagione calcistica 2020-2021 per i dilettanti che rappresentano la grossa fetta, almeno a livello numerico, dei calciatori in Italia. Soffermandosi sul settore giovanile, la perdita è sia sportiva che educativa. A livello sportivo la mancanza di allenamento ha portato lacune tecniche e tattiche per ragazzi e ragazze che difficilmente avranno tempo di colmarle. Si avrà quindi un vuoto sportivo di cui pagheremo il prezzo soltanto tra qualche anno. A livello educativo, invece, vale la pena ricordare come i settori giovanili siano prima di tutto luoghi dove un atleta impara a rapportarsi coi propri compagni, ad avere rispetto per l’avversario, a lavorare in squadra e a collaborare con ragazzi di diversa estrazione sociale e nazionalità. Il campo da calcio è infatti una potentissima scuola di vita dove si imparano tante cose, non solo a livello sportivo, se supportati dai giusti educatori: gli allenatori.

Tutte queste considerazioni però non possono portare a pensare che uno stop di questi campionati sia stato un errore. Al contrario, fermare l’attività sportiva dei club è stata una scelta molto saggia al fine di limitare i contagi e le conseguenti diffusioni del virus ai famigliari degli atleti, magari più anziani o fragili. Proprio per questo motivo, per le competizioni dilettantistiche a livello nazionale che non hanno mai fermato la propria attività, è stato redatto un protocollo per la prevenzione del contagio da coronavirus. Tra le norme più stringenti c’è anche l’obbligatorietà di effettuare prima di ogni partita un tampone ai componenti del gruppo squadra, col fine di limitare ogni rischio. In caso di esito positivo per un componente, accade spesso che tutta la squadra venga messa in quarantena poiché gli allenamenti e le partite ravvicinate portano tutti ad avere avuto dei contatti diretti senza protezioni con il contagiato. Per questo motivo, durante gli ultimi mesi, molte gare sono state rinviate e i calendari modificati per permettere i recuperi. Singolare è anche il caso del Bubi Merano, squadra militante nel campionato nazionale di serie A2 di calcio a 5. La provincia autonoma di Bolzano, emanando un’ordinanza più restrittiva di quella nazionale, impediva al club di allenarsi e giocare le partite nei periodi in cui i contagi erano molto frequenti. Per questo motivo, la società ha deciso di ritirare la squadra dal campionato ad aprile, quando doveva ancora disputare poco meno della metà delle gare in calendario. Va comunque detto che quello del Bubi Merano è solo un caso isolato che ha visto l’azzeramento dei punti in classifica della squadra.

L’obiettivo della federazione è quindi ora quello di poter ripartire a settembre con uno svolgimento regolare di tutte le competizioni.

La rivoluzione della TV

Il 26 marzo scorso, dopo lunghissime trattative, l’Assemblea della Lega Calcio, composta dai presidenti (o delegati) delle venti squadre di Serie A, ha raggiunto la maggioranza di due terzi necessaria all’assegnazione dei diritti TV per le prossime tre stagioni sportive. L’offerta vincente, come oramai noto, è stata quella di Dazn, che offrirà ai club 850 milioni a stagione e garantirà la visione di tutte e dieci le partite di Serie A in ogni giornata.

Si tratta, senza mezzi termini, di una rivoluzione: la Serie A diventa la prima lega europea ad essere trasmessa interamente in streaming, dimostrando come anche il calcio stia seguendo la rivoluzione digitale che ha portato le piattaforme OTT/On-demand a entrare sempre più prepotentemente nelle nostre case, proponendo abbonamenti a prezzi vantaggiosi per i consumatori grazie a costi fissi decisamente inferiori rispetto alla trasmissione satellitare.

Cosa comporta questo passaggio per il calcio italiano da un punto di vista economico? Quali sono i pro e i contro per le società e per i consumatori?

Allo stato attuale delle cose è molto difficile rispondere, ma bisogna considerare come l’offerta di Dazn fosse ampiamente più vantaggiosa rispetto a quella di Sky (si tratta di circa 125 milioni in più a stagione, 875 vs 750), e questo senz’altro comporta un vantaggio immediato per le società, che stanno subendo una grave contrazione dei propri ricavi in seguito alla pandemia.

Le previsioni delle offerte erano decisamente più basse dopo il pagamento rinviato da parte di Sky dell’ultima rata della stagione scorsa: questo evento aveva infatti mostrato la precaria situazione economica del colosso di proprietà Comcast, partner storico della Lega Calcio, e in pochi si aspettavano che Dazn fosse nella posizione di poter offrire di più, considerando che si tratta di una società molto più giovane e meno diffusa sul territorio italiano.

L’offerta da 850 milioni è infatti molto vicina al fatturato totale di Dazn del 2019 e per supportare questa cifra la società inglese ha ricevuto il supporto economico di Telecom, ed inoltre probabilmente modificherà al rialzo il prezzo del proprio servizio a partire dalla prossima stagione (si parla di circa 30 euro al mese).

Se la possibilità di seguire tutta la Serie A tramite un solo abbonamento è senz’altro un miglioramento per tutti i tifosi e consumatori del prodotto calcio in Italia, rimangono non pochi dubbi sulla capacità di Dazn di offrire un servizio qualitativamente al livello di quello di Sky, come dimostrato dagli eventi di domenica scorsa: una discreta parte del territorio italiano non è ancora infatti in grado di garantire una connessione internet sufficientemente veloce che supporti la trasmissione in streaming di un evento come una partita di calcio, e il timore del buffering o di una partita a 240 pixel è, almeno in alcune parti d’Italia, concreto.

Di queste problematiche, e della necessità di fornire garanzie ai club, è ovviamente a conoscenza anche la stessa Dazn, che è corsa ai ripari, firmando una partnership con Telecom/Tim, che metterà a disposizione la propria rete internet, la più diffusa in Italia, al fine di garantire la miglior esperienza possibile per i consumatori e spergiurare altre situazioni come quella di Inter-Cagliari. In cambio, Dazn fornirà l’accesso ad alcuni contenuti esclusivi, che saranno visibili solamente tramite la piattaforma Timvision.

Nelle ultime due settimane si è infine discusso della possibilità di avere un piano B nel caso in cui la connessione non fosse sufficiente, e la soluzione dovrebbe essere quella della creazione di due canali che trasmetteranno le partite di Serie A sul digitale terrestre, facendo sempre affidamento alla piattaforma Timvision e rafforzando sempre di più questo binomio tra Dazn e Telecom che è destinato ad essere parte fondamentale del calcio italiano dei prossimi anni.

Il passaggio integrale dei diritti TV ad una piattaforma streaming offre quindi una finestra verso quello che inevitabilmente è il futuro della trasmissione televisiva, garantendo al calcio italiano, per una volta, la posizione di apripista in Europa e dando al nostro paese una grande occasione di mostrarsi in grado di sostenere l’innovazione tecnologica nel campo sportivo.

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