Uguaglianza di genere nello sport: meta raggiungibile o mera utopia?

scritto da Stefano Maggioni

Tempo di lettura: 3 minuti

Nel mondo dello sport odierno, spesso si sentono elevare voci femminili che richiedono la parità salariale o maggiore equità con gli sport maschili. Pensiamo a Serena Williams, la quale è una forte sostenitrice da oramai molti anni di una maggiore uguaglianza di genere nel tennis. Le maggiori autorità sportive, di contro, tendono a non esporsi direttamente o a proclamare campagne di riallineamento dei disquilibri sportivi all’interno delle varie branche sportive.

Ad oggi, si sono realmente fatti passi considerevoli in avanti, o la controversia è ben lontana da essere risolta?

Analizzando il Tennis, possiamo notare che la situazione pone una difficile lettura dei cambiamenti che si sono attuati per raggiungere l’eguaglianza. Questo particolare sport, attualmente, è condizionato da una forte sbilanciamento top-down, dove i montepremi accumulati sono realmente consistenti solo per gli occupanti della prime posizioni sia delle classifiche ATP che WTA. A titolo di esempio, Rafael Nadal nel 2019 ha guadagnato circa 14 milioni di euro dai suoi trionfi della stagione, chiudendo l’annata come numero uno del mondo. Il mancino di Manacor è riuscito a mettersi in tasca ben 41 volte il montepremi accumulato dall’allora 96° classificato ATP, Salvatore Caruso.

Confrontando lo Spagnolo con la prima classificata del torneo WTA del 2019, Ashleigh Barty, ci sembra subito evidente quanto la differenza di montepremi sia elevata anche a livello di genere: 14 milioni contro i 9,3 vinti dalla tennista australiana. Una differenza di ben 33 punti percentuali. Questa discrepanza risulta evidente dal confronto a livello di singoli tornei: a Roma il montepremi maschile supera quello femminile del 68%, in Canada del 123% e a Cincinnati addirittura del 128%. Inoltre, il 45% dei professionisti ATP non supera in guadagni i 100.000 euro annuali, nelle donne il 41% di esse non oltrepassa nemmeno quota 50.000.

Negli ultimi anni il Circus si è notevolmente impegnato per andare a ridurre le differenze a livello di prize money ma il gap si è ridotto solo in modo sporadico. La realtà è che si è ancora lontani da una univoca distribuzione di premi per i due generi e di un maggior equilibrio top-down, in particolare nel contesto odierno dove la pandemia di Covid-19 ha ulteriormente ridotto la quantità di montepremi messi in palio durante i vari tornei.

Questa situazione patologica non si limita alle sponde tennistiche, ma tocca inequivocabilmente molti altri sport. La medesima questione è ancora più accentuata in sport quali il calcio, dove emergono enormi differenze. La calciatrice attualmente più pagata è l’australiana Samantha Kerr, militante nel Chelsea, la quale percepisce circa 720 mila euro a stagione staccando nettamente l’icona Alex Morgan con 410 mila euro. Solamente da questi dati ci accorgiamo quanto il gap con i professionisti sia importante: per confronto, Lionel Messi e Cristiano Ronaldo percepiscono rispettivamente 87 e 57,5 milioni di euro lordi di salario. In Italia questa tematica è connotata da un ulteriore deprezzamento dei salari: una media di 15 mila euro lordi annui. Questo valore è emblematico di una realtà ben diversa da quella dei colleghi uomini, basti pensare che Tommaso Berni, ormai ex terzo portiere dell’Inter, ha percepito negli ultimi anni uno stipendio di 200.000 euro, riuscendo a collezionare la bellezza di 0 presenze e due espulsioni con la maglia dei nerazzurri. Un’impresa quanto mai memorabile.

Rivolgendo l’attenzione oltreoceano, questa tematica è un argomento molto caldo nella lega NBA e WNBA. In particolare, negli ultimi anni abbiamo assistito a numerose lamentele delle cestiste americane riguardo non solo alla distribuzione fortemente ineguale dei salari, ma anche verso argomenti quali congedo di maturità, il quale non era precedentemente retribuito. Gli americani, in quanto ad apertura alla novità, non devono imparare da nessuno e lo dimostrano anche stavolta: di recente hanno raggiunto un accordo che varrà per i prossimi otto anni che rivoluzionerà in maniera pioneristica la concezione dello sport femminile. La portata storica del nuovo CBA – Collective Bargaining Agreement – è stata sottolineata dalla Commissioner Calthy Elgebert, la quale si è dichiarata orgogliosa della battaglia sostenuta dalle giocatrici che ha posto finalmente l’accento su un’ingiustizia protrattasi per fin troppo tempo.

Le giocatrici percepiranno un aumento di stipendio fino a 250.000 mila euro, che, però, con i vari bonus potrà toccare anche quota 500.000 per le giocatrici più talentuose. Inoltre, durante la maternità le atlete riceveranno la totalità del loro salario, oltre ad avere a disposizione diversi bonus per garantirsi una comoda sistemazione a livello familiare per crescere al meglio il proprio figlio. Potrebbe sembrare un piccolo passo in avanti, dal peso quasi insignificante tendendo conto che i rispettivi professionisti cestisti NBA percepiscono molto di più – fino a 43 milioni di dollari l’anno – ma si tratta, invece, di uno dei primi atti concentri volti a ridurre la diseguaglianza di genere nel Basket e nello sport in generale.

Il dibattito in merito alle disuguaglianze di genere nello sport è destinato a divenire sempre più acceso e, inequivocabilmente, molte realtà sportive si troveranno ad esporsi in merito ed attuare dei piani per colmare un gap che, ad oggi, sembra quanto mai invalicabile per alcuni sport dove vecchie mentalità la fanno da padrone. L’esempio statunitense, però, può insegnare a tutti qualcosa, ovvero che è arrivato il momento di porre in essere delle azioni concrete in merito a questo ambito. La riduzione delle differenze di genere, però, non può che passare per uno sforzo collettivo e coordinato, per far sì che in futuro il gap di genere, nello sport e non solo, non sia altro che un fievole ricordo.

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