Cosa c’è dietro le livree delle monoposto di Formula 1?

“Chiedete a un bambino di disegnare un’automobile, sicuramente la farà rossa”. Con questa frase Enzo Ferrari amava sottolineare la fama raggiunta dalla propria scuderia. La casa di Maranello è da decenni ormai un mostro sacro dell’automobilismo e in particolare delle corse, tanto da essere considerata l’auto per eccellenza negli ideali di buona parte delle persone. Persino il suo colore è molto identificativo: quando un bambino vede un’auto rossa spesso crede si tratti di una Ferrari.

Ma dove nasce questo binomio tra la casa automobilistica e il suo colore più identificativo? La risposta a questa domanda è molto meno romantica di quello che si possa immaginare. Si tratta infatti di una regola imposta dalla federazione internazionale nella prima metà del ventesimo secolo. Il 1900 è infatti stato il secolo che ha consacrato le corse automobilistiche portandole a diventare eventi seguiti in tutto il mondo. Proprio per questo motivo, con l’avvento delle gare internazionali si decise di assegnare alle auto dei colori in base alla nazionalità della scuderia o del pilota. I colori permettevano quindi al pubblico di identificare con maggiore facilità i propri beniamini, permettendo loro di seguire più facilmente le gare. Le livree erano quindi predefinite dalla federazione internazionale, senza possibilità di fare delle modifiche. In particolare, tra i più celebri si ricordano il verde per le auto inglesi, il blu per le francesi, il rosso per le italiane, il bianco con strisce longitudinali blu per le statunitensi e il bianco o l’argento per le tedesche.

Questi colori vennero usati anche alla nascita di quello che sarebbe diventato il campionato automobilistico più celebre sul globo: la Formula 1. Con il suo avvento nel 1950, infatti, le scuderie adottarono una livrea coerente con la propria nazionalità, indipendentemente da quella del pilota al volante. Col passare del tempo questa scelta portò anche a creare una forte identificazione delle scuderie col colore stesso, come nel caso delle Mercedes che vennero soprannominate “frecce d’argento”, così come le vetture marcate Auto Union (l’antenata dell’Audi) nelle gare europee del periodo tra le due guerre mondiali. In altri casi, fu la particolare tonalità del colore a diventare celebre; è questo il caso del “rosso corsa” usato dalle vetture italiane e del “britsh racing green” tipico dei team inglesi.

Durante gli anni ’50 e ’60, grazie alla conquista di ben 6 titoli piloti e 2 mondiali costruttori, il rosso corsa venne fortemente associato, nella mente di molti tifosi in tutto il mondo, principalmente alla Ferrari. Questo non successe con gran parte degli altri team, molti dei quali tra l’altro inglesi e quindi difficilmente distinguibili per un occhio poco esperto.

Le carte in tavola erano però destinate a cambiare molto velocemente. Nel 1968, in un contesto molto più evoluto e globale rispetto a quello di mezzo secolo prima, la FIA decise, sotto la pressione di diverse scuderie, di concedere ai team di apporre scritte di sponsor di qualsiasi genere sulla propria auto, permettendo anche di cambiarne le livree senza nessuna regola o limitazione di carattere cromatico. Negli anni precedenti era infatti possibile solo apporre i loghi di poche aziende a patto che fossero anche dei fornitori di componenti per le vetture, sempre senza transigere però al regolamento sui colori nazionali.

La prima scuderia ad approfittarne fu la Lotus. La casa inglese si presentò al secondo appuntamento mondiale del 1968 con una livrea inedita, che abbandonava i classico color verde per far posto a una combinazione di bianco, rosso e oro, tipica del nuovo sponsor: la marca di sigarette Gold Leaf. Il brand di proprietà della Imperial Tobacco fu quindi il primo sponsor ufficiale della storia di una scuderia di formula 1. Nel giro di poco tempo la maggior parte delle scuderie seguì la strada intrapresa dalla Lotus, andando a abbandonare i classici colori nazionali. Non tutti lo faranno però con estrema gioia, è questo il caso di Rob Walker erede della fabbrica di whisky “Johnnie Walker” e grande finanziatore di piloti e scuderie più piccole. L’inglese commentò così la nuova era della Formula 1: “Da tanti anni schiero vetture per gente come Trintignant, Bonnier, Moss e Siffert con due scopi: divertirmi e rimetterci dei soldi. Ora è tutto finito. Se pubblicizzo i miei prodotti rischio perfino di guadagnarci e questo non mi piace affatto. Un’epoca è finita. I soldi vinceranno sulla passione”.

Il mondo delle corse andò quindi verso un cambiamento radicale che non si sarebbe mai arrestato, costringendo negli anni ’70 anche la Ferrari a stringere le prime collaborazioni con diversi brand. La scuderia di Maranello si oppose però ad abbandonare il rosso come colore principale della propria livrea. La scelta si sarebbe rivela azzeccata poiché rafforzò un grande segno identificativo della scuderia che rimane iconico anche oggi.

Quello della Ferrari rimane comunque un caso più unico che raro. Il team di Maranello ha infatti corso più di mille gare in Formula 1 sempre con la classica livrea rossa, tranne in due sole occasione. Si tratta dei Gran Premi di USA e Messico del 1964. In questa occasione Enzo Ferrari, in lotta con la federazione italiana, si vide revocare la licenza per poter partecipare alle corse e dovette gareggiare sotto il nome della NART (North American Racing Team), vedendosi costretto a ridipingere le vetture coi colori nazionali statunitensi, come previsto dal regolamento. Furono queste le uniche due volte in cui la casa di Maranello corse sfoggiando i colori bianco e blu e rompendo la sua tradizione. Si tratta pur sempre di un caso isolato che nulla toglie alla forza identificativa di quello che ormai è noto in tutto il mondo come “rosso Ferrari”.

Il continuo cambio di sponsor da parte di molti team portò invece una perdita di personalità e di caratteri identificativi per gli stessi. Questo fenomeno riguardò molti costruttori ma ci furono delle eccezioni. In alcuni casi, infatti, il legame tra sponsor e scuderia diventa talmente forte da creare una maggiore identificazione nella mente dei tifosi. Un esempio lampante è quello di Marlboro e Mclaren. Il marchio di sigarette di proprietà di Philip Morris comparve per oltre vent’anni sulle monoposto del team inglese, periodo in cui l’iconica livrea rosso bianca divenne fortemente identificativa anche grazie a un dominio assoluto delle vetture guidate da Senna e Prost. Meno vittoriosa ma altrettanto affascinante e nota fu invece la livrea Lotus durante il periodo di sponsorizzazione della John Player Special. La combinazione di nero e oro diede vita a una delle colorazioni più celebri della storia della Formula 1, proprio per questo motivo, quando la casa automobilistica tornò alle corse nel 2012 lo fece proprio con questi colori, nonostante non fossero coerenti con quelli del nuovo sponsor. Per ultimo non va dimenticato il caso della Red Bull che da quando è entrata a far parte del circus ha imposto una livrea molto legata alla nota bevanda. Anche in questo caso, la lunga durata dell’accostamento di sponsor e team ha creato un forte legame identificativo nella mente dei tifosi, rafforzato ulteriormente dalle vittorie.

La strada perseguita da Ferrari ha però avuto anche delle imitazioni. La Mercedes, al suo ritorno in Formula 1 nel 2010, decise di adottare lo storico color argento. La scelta fu dettata dalla volontà di appropriarsi di tutto quel set di valori e ideali che questo colore portava con sé, a partire dal ricordo dei titoli mondiali conquistati negli anni ’50. Nel 2020 però anche la casa tedesca ha deciso di cambiare livrea, passando al nero, non per questioni di sponsorizzazioni ma per porre l’attenzione dei propri fan sulla piaga del razzismo, dando così maggior risalto a un problema spesso sottovalutato.

Le sponsorizzazioni si sono dimostrate quindi delle opportunità di incremento dei propri ricavi per i team, i quali però hanno pagato il prezzo di un’eccessiva perdita di identità che ha generato a sua volta una scarsa affezione da parte dei fan. Come detto in precedenza, però, le collaborazioni con altri brand, se fatte in modo oculato e duraturo nel tempo, possono rafforzare invece l’identità di un team, sia con la creazione di una livrea affascinante, sia tramite la trasmissione di valori e ideali, che il consumatore associa allo sponsor, alla scuderia. La storia delle livree della Formula 1 ci insegna quindi che la colorazione di un’auto è molto più di un fattore puramente estetico. Dietro a decisioni cromatiche ci sono infatti partnership di sponsorizzazione, creazione di valori e associazioni positive, rilevanti e uniche, trovate commerciali e anche messaggi sociali. Dietro ogni livrea si nasconde una serie di opportunità di crescita e tante strategie diverse, le quali a volte sono nate per puro adattamento a un regolamento ma che poi sono state portante avanti per mettere al centro l’identità della scuderia.

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