Fallimenti calcistici in Italia

In questi ultimi anni abbiamo assistito ad una crescita del calcio italiano, dopo uno dei periodi più bui della sua storia. Dopo, infatti, l’ultima vittoria europea targata Inter nel 2010, solo la Juventus è riuscita a tenere alto il nome dell’Italia nelle competizioni continentali. Tutto ciò mentre le altre società faticavano non poco a far quadrare i conti e si barcamenavano tra investimenti infruttuosi Ciò ha portato squadre blasonate come Inter e Roma ad anni di magra con investimenti ben ponderati, mentre la differenza con le loro principali rivali andava sempre più allargandosi. Ma se questi club, nonostante debiti milionari, sono riusciti a cavarsela grazie agli investimenti, la loro stessa sorte non è stata condivisa da molti altri club professionisti.

Basti pensare che, con le ultime esclusioni di questo campionato come quelle Pro Piacenza e Matera, il numero di squadre professioniste fallite dal 2013 ad oggi siano 40. Se si considera gli ultimi 15 anni, il numero fa impressione: siamo a più di 150 fallimenti in totale. Nell’ultima stagione abbiamo assistito ad un’ecatombe di squadre storiche costrette a ripartire dai dilettanti. Tra tutte spiccano Cesena, Avellino e Bari. Curioso è il caso della squadra proveniente dall’Emilia Romagna, la quale doveva far fronte ad un debito complessivo di oltre 70 milioni di euro, dei quali 40 solo con l’erario. La rarità di questa situazione sta nel fatto che di solito l’insolvenza per le società calcistiche più piccole raramente sfora la decina di milioni di euro.

Ma cosa c’è alla base di questi crack? In estate, quando arriva il momento di iscrivere le società presso i rispettivi campionati, vi sono molto spesso club che presentano fideiussioni a copertura parziale a causa della poca stabilità economica che possono garantire. Queste stesse squadre sono quelle che ad un certo punto della stagione si ritrovano in difficoltà sotto tutti i punti di vista. Nella maggior parte dei casi, nelle squadre di Serie C, i giocatori si trovano spesso senza stipendi a causa della mancanza di liquidità. Spiegandolo in termini semplicistici, le squadre spendono, e promettono di spendere, più delle loro reali possibilità.

La FIGC, per cercare di contenere questo fenomeno, ha cercato di inserire dei paletti che devono essere rispettati per effettuare l’iscrizione al campionato. Tuttavia, è ancora troppo poco. In Italia non siamo nuovi a penalizzazioni per inadempimenti finanziari e questo genera molta confusione nel panorama calcistico, oltre a non essere una manovra veramente efficace in quanto non può prevenire eventuali ripetizioni future. Attualmente, quando una squadra si trova in difficoltà e viene penalizzata, si apre un iter burocratico fatto di ricorsi e contro-ricorsi per cercare di evitare ulteriori sanzioni. La burocrazia in questo caso non aiuta dato che allunga di molto i tempi prima che una pena venga effettivamente messa in atto.

Cosa fare quindi per cercare di cambiare il sistema? Sicuramente, servirebbe maggior chiarezza e severità sulle norme che devono essere rispettate. La stabilità economica dei team deve essere appurata immediatamente, così da evitare di cadere negli errori commessi negli ultimi anni. In secondo luogo, dovrebbe essere messo in discussione l’attuale sistema italiano: il centinaio di squadre professioniste presenti al momento sono evidentemente troppe per essere sostenute in maniera efficiente. Magari la soluzione potrebbe essere quella di introdurre il semi-professionismo, così come viene già applicato in Inghilterra, Spagna e Francia. In questo modo, anche le squadre provenienti dal dilettantismo avrebbero la possibilità di salire uno scalino alla volta, senza il rischio di capitolare a causa degli ingenti costi a cui devono far fronte.

Credits to Sergio Brigo

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